Questa è la storia di Howard Beale
– Voce narrante

Howard Beale (uno strepitoso Peter Finch), noto commentatore di un’importante rete nazionale televisiva, la UBS di Los Angeles, da poco acquistata da un’altra società, viene licenziato dopo più di dieci anni di lavoro con un preavviso di sole due settimane a causa di un abbassamento dell’indice di ascolto della sua trasmissione.
Beale, a questo punto, decide di passare all’attacco annunciando il suo suicidio che avverrà in diretta televisiva la settimana successiva.
Immediatamente licenziato, Beale ottiene di potere comunque congedarsi dal pubblico in modo onorevole e di poter smentire le sue ultime affermazioni; il giorno dopo l’anchorman va quindi in onda ma decide di parlare apertamente di tutto, senza peli sulla lingua.
La trasmissione ottiene un inaspettato consenso di pubblico e la giovane e spregiudicata responsabile dei palinsesti, Diana Christensen (Faye Dunaway), capisce che per la rete può essere un’occasione di rilancio.
Con l’appoggio di Frank Hackett (Robert Duvall), uomo della proprietà, mette in scena un telegiornale guidato dal nuovo “guru” Beale che, con le sue critiche al fulmicotone, ottiene sempre più successo, per la gioia della nuova proprietà della rete che vede aumentare notevolmente i profitti.
Unico ad opporsi a questo “circo mediatico” è Max Schumacher (William Holden), amico e capo di Beale e che per questo perderà il posto (ma diventerà l’amante di Diana che, invece, fa sempre più carriera).
I profitti della rete aumentano ma, ad un certo punto, i temi trattati da Beale cominciano ad essere scottanti e a mettere in situazioni di difficoltà la stessa UBS.
A questo punto, il direttore della rete Arthur Jensen (Ned Beatty), parla direttamente con il conduttore per persuaderlo ad essere più al servizio del sistema ed a propagandarne la sottomissione.
La trasmissione assume toni sempre più duri e questo comincia a far calare gli ascolti molto velocemente, causando ovvie perdite economiche alla UBS, la cui dirigenza a questo punto vorrebbe sospendere il programma.
Ma Jensen, che è diventato un fan di Howard, impone che il programma dovrà comunque continuare ad andare in onda, anche e nonostante il calo di audience.
A questo punto, Diana ed i vari responsabili della rete tra cui c’è anche Frank, decidono che è giunto il momento di fermale Beale e prendono quella che per loro è l’unica, possibile, soluzione finale per risolvere il problema prima che sia troppo tardi.

Voglio che vi alziate adesso e che urliate alla finestra: Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!
– Howard Beale (Peter Finch)

Nel 1976, Sidney Lumet dirige Quinto Potere su sceneggiatura del pluripremiato scrittore e sceneggiatore Paddy Chayefsky.
Con un cast di primordine (Holden, Finch, Dunaway, Beatty, Duvall), Lumet mette in scena una feroce critica al sistema televisivo americano che, sempre più aggressivo e pronto a fagocitare qualsiasi cosa nel nome di un’audience e di un profitto mai sazio, cerca di assoggettare i telespettatori al proprio diktat ideologico con estremo cinismo e nessun senso di moralità.
Regola a cui non si sottrae neppure l’informazione, non più finestra trasparente ed imparziale sul mondo ma anch’essa ormai al servizio delle dello spettacolo ed usata per imporre (ed inculcare) allo spettatore le idee di chi trasmette e le proprie “verità”.
Critica che vuole essere anche un monito per lo spettatore che rischia di essere destinato a diventare anch’esso parte di un ingranaggio mediatico costruito sul sensazionalismo più becero ed urlato.
A quarant’anni dall’uscita, il film si dimostra (purtroppo) più attuale e (soprattutto) profetico che mai, con i meccanismi di real tv (real!?) divenuti il linguaggio televisivo e di ogni trasmissione e lo spettatore sempre in attesa dell’ultimo urlatore, del disastro o della tragedia spettacolizzata fino a diventare quasi una grottesca farsa, una surreale storia da guardare per poi passare alla notizia successiva.

Il film ottenne dieci nomination all’Oscar, vincendo quattro statuette: migliore attore ed attrice protagonista per Peter Finch e Faye Dunaway, migliore attrice non protagonista per Beatrice Straight e migliore sceneggiatura originale per Paddy Chayefsky (qui alla sua quarta nomination e terzo Oscar).
Vittorie e nomination arrivarono anche da Golden Globe (dove vinse anche Lumet come miglior regista), David di Donatello, Bafta, Saturn Award e molti altri testimoniano l’apprezzamento generale per questo film che, in Italia non è particolarmente conosciuto.

Il titolo originale Network, venne da noi ribattezzato Quinto Potere cercando di creare una probabile continuità ideologica con Quarto Potere, capolavoro di Orson Welles (che un altro grande del cinema, François Truffaut, definì il “film dei film”): se nel primo caso si parla di “carta stampata” (Charles Foster Kane è infatti un grande magnate dell’editoria), in questo il medium “incriminato” è invece la televisione.
Certo, un senso di continuità tutto Italiano, considerato il fatto che il film di Welles in originale s’intitola Citizen Kane.

Una curiosità: Beatrice Straight vinse l’Oscar come migliore attrice non protagonista interpretando il ruolo di Louise Schumacher, moglie tradita e lasciata di Max Schumacher (William Holden), con una parte che prevedeva poco più di 150 parole in un monologo di cinque minuti su due ore di film. Interpretazione che è ancora la più breve mai premiata con un Oscar.

Quinto Potere è un film essenziale che chiunque dovrebbe vedere almeno una volta nella vita. Un film che quarant’anni fa ci mostrava quello che potevamo evitare ma che invece siamo divenuti. Un film che parla dell’indifferenza e dell’insensibilità.

Un film da vedere e rivedere.


QUINTO POTERE
(Network)
di Sidney Lumet (USA, 1976)
con: Peter Finch, William Holden, Faye Dunaway, Beatrice Straight, Robert Duvall
durata: 121 min. ca.