Passato in tempi relativamente brevi dall’autoproduzione ad un successo più che meritato, Adrian Tomine – giapponese-americano di quarta generazione, classe 1974 – è ormai un nome affermato nel mondo del fumetto. Il suo lavoro gli è valso un gran numero di prestigiosi riconoscimenti internazionali e la sua produzione va ora oltre quella fumettistica – ne sono un esempio le illustrazioni che realizza per le copertine del New Yorker.Morire in piedi (Killing and Dying, 2015) è una raccolta di sei racconti, editi in volume dopo la loro pubblicazione in albi. Tomine resta infatti uno di quegli autori – sempre più rari – che continua la pubblicazione in albi, anche se senza una periodicità fissa, che successivamente raccoglie in volume.

Il volume si presenta già molto bene dalla splendida copertina, che ricorda vagamente Edward Hopper e ci dà già un’idea di quanto andremo a leggere.
Le storie non sono collegate tra loro e raccontano di personaggi e situazioni diverse. A fare da ideale trait d’union tra i racconti troviamo l’ambientazione contemporanea e la scelta di Tomine di utilizzare personaggi comuni, se non addirittura dozzinali o che vivono un’esistenza ai margini della società.
Quello che più interessa a Tomine è il racconto della realtà quotidiana e dei rapporti tra le persone, mostrati nel modo più sincero possibile. L’importanza del linguaggio e degli atteggiamenti risulta fondamentale nella sua produzione. In questi racconti, l’autore sposta l’attenzione in modo particolare sulla narrazione, lasciando un po’ in disparte la parte grafica, più concisa e asciutta che in altre sue produzioni. Uno stile dal tratto semplice impreziosito da un uso dei colori magistrale, che Tomine ha l’abilità di sapere adattare e modificare, così da risultare completamente funzionale al testo ed alla narrazione.
Tomine mostra di aver perfezionato uno stile più essenziale, ma non per questo meno forte ed incisivo, passaggio che ricorda l’evoluzione dell’immancabile Daniel Clowes.
Di contro i dialoghi sono di estremo realismo ed introspettiva profondità a sottolineare l’estrema ricerca narrativa.
Veri protagonisti delle storie che Tomine racconta sono le persone e la loro natura. La loro umanità viene sottolineata e mostrata attraverso la profondità dei dialoghi più che dalle azioni e da quanto accade. Le parole sono importanti per Tomine e ne determinano il personaggio, le azioni assumono quasi una funzione di contorno. Un modo per permettere ai personaggi di esprimersi e dialogare.
La capacità di Tomine nel raccontare la società contemporanea, mostrata con lucida semplicità e senza mai eccedere, rende la narrazione credibile al lettore che riuscirà sempre a trovare uno spunto ed una connessione con la realtà quotidiana.
Opera ponderata ed equilibrata in ogni sua parte, Morire in piedi è lo specchio delle riflessioni di un uomo, prima che un artista, che guarda il mondo intorno a sé.
Le storie raccolte nel volume sono dure, difficili e molte volte saranno anche dure da digerire. Sono storie di persone normali, che non riescono a mantenere il controllo della loro vita e che spesso falliscono nel tentativo di farlo. Sono narrazioni realistiche e credibili della realtà.
Con Morire in piedi, Tomine presenta una serie di racconti che, pur essendo a fumetti, si possono collocare a fianco di quelli scritti dagli autori americani che guardano all’America con occhio critico e disincantato, i cui personaggi vivono un costante senso di mancanza e di attesa di un qualcosa che in apparenza sembra imminente, ma che probabilmente non arriverà mai.

Adrian Tomine, una volta di più, dimostra di essere uno dei fumettisti più colti attualmente in circolazione – e qui la sua laurea in letteratura inglese gioca un ruolo di primo piano nella produzione dell’autore – tanto da poter essere letto e soprattutto apprezzato anche da un lettore di narrativa non a fumetti. Uno degli autori migliori nell’attuale scenario fumettistico mondiale, quasi su di un altro pianeta rispetto a tanti suoi colleghi.
Per riassumere l’opera di Adrian Tomine, mi permetto di “rubare” le parole dell’autrice britannica Zadie Smith che così la riassume efficacemente: “Adrian Tomine disegna, pensa, scrive e sente. Vede ogni cosa, conosce ogni cosa; è nel vostro appartamento, nella metropolitana, nei vostri sogni. Sa tutto su vecchi appassionati di baseball e orticulturisti delusi, conosce padri sfortunati e nerd-girl strampalate, single e sposati, pazzi e sani di mente, sa perfettamente quando usare un balloon e quando il silenzio è abbastanza. Adrian Tomine ha più idee in venti tavole che certi romanzieri in una vita intera”.
E leggendo le opere dell’autore americano, in particolar modo Morire in piedi, questo sarà più che evidente.

 

La vita.

 



 

Morire in piedi
di Adrian Tomine

123 pp – B/N e Col

Rizzoli/Lizard