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Star Trek Discovery. Si… no… mah…!? (un primo parere).

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A cinquantun anni dalla messa in onda del primo episodio (8 settembre 1966) ed a dodici dall’ultimo (13 maggio 2005), torna Star Trek con una nuova serie, la sesta – la settima, se contiamo anche quella animata. A riportarla sul piccolo schermo è CBS All Access negli Stati Uniti e Netflix nel resto del mondo, con quindici nuovi episodi distribuiti con cadenza settimanale a partire dallo scorso 24 settembre.
La serie, denominata Star Trek: Discovery si colloca tra la precedente Enterprise e dieci anni prima di quella classica degli anni sessanta, della quale è un prequel diretto. Protagonista della serie è il primo ufficiale Michael Burbham, interpretato dall’attrice Sonequa Martin-Green (la Sasha Williams di The Walking Dead). Per la prima volta nella storia dello show, non sarà il capitano di un’astronave (o di una base spaziale, come nel caso di Deep Space Nine) ad essere il protagonista, ma appunto un primo ufficiale. Altra novità sta nel fatto che la serie non è composta da episodi autoconclusivi (o al massimo in due parti), ma tutti i quindici episodi che la compongono saranno strettamente legati fra di loro e faranno parte di un unico arco narrativo (come si usa ora, del resto).

Se allo stato attuale non è possibile fare una recensione della serie, essendo andati in onda solo i primi quattro episodi (i primi due lunedì 25 settembre, proseguendo poi con uno ogni lunedì successivo), una prima impressione su quello che la serie sta proponendo è però ricavabile.
Attualmente, leggendo i vari pareri dati ad oggi, quello che se ne ricava sono giudizi che evidenziano una certa cautela, non sbilanciandosi troppo. Quello che salta all’occhio è come tutti lodino le capacità degli attori, la realizzazione tecnica – il taglio più moderno, la messa in scena, gli effetti speciali e la spettacolarità specialmente delle battaglie tra astronavi – ma poco viene speso sulla parte più emozionale e “filosofica” della serie. E questo potrebbe essere già un campanello d’allarme per i fan della serie, che in Star Trek non hanno mai cercato certe “finezze” tecniche quanto invece le idee, il senso della scoperta e la ricerca di ideali importanti.

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Il cast, come anche le interpretazioni, è di ottimo livello ed oltre alla già citata Sonequa Martin-Green vede coinvolti anche attori e attrici di spessore come Michelle Yeoh (007 – Il domani non muore mai, La Tigre e il Dragone, Memorie di una geisha, The Lady), Jason Isaacs (il Lucius Malfoy della saga di Harry Potter e protagonista di serie come Brotherhood, Awake e The OA) e Doug Jones (poliedrico mimo e attore in molti film, tra i quali i due Hellboy di Guillermo del Toro, nella parte di Abe Sapien e per il quale interpreta anche il Fauno ne Il labirinto del Fauno, il Clown spalla de il Pinguino in Batman – Il ritorno di Tim Burton).
Visivamente ci troviamo di fronte ad un prodotto decisamente notevole e sono evidenti tutta la cura e gli investimenti messi in campo per la sua realizzazione. I dialoghi solidi ed il ritmo molto serrato, avvicinano più la serie a quanto visto nel reboot cinematografico ideato da J.J. Abrams (che dei primi due film è anche regista), più che alla controparte televisiva.
Gli effetti speciali curatissimi e ben realizzati, le astronavi ed i combattimenti restituiscono momenti di spettacolarità non indifferenti. Insomma, quello che stiamo vedendo è uno Star Trek che parla con il “linguaggio” moderno, dove tutto è grandioso, frenetico e pieno di azione (combattimenti).
La serie si presenta quindi decisamente molto bene e con buone carte da giocare per appassionare il pubblico moderno, con “argomentazioni” che nella moderna televisione possono, anzi, fanno la differenza.
Ma Star Trek dovrebbe essere altro. O, almeno, altro è quello che ci si aspetterebbe da una serie che porta questo nome.
La serie ha sempre fatto leva più sui contenuti che sull’aspetto. Star Trek è sempre stato un veicolo per tematiche forti ed importanti, che abbracciavano sentimenti ed ideologie spesso molto progressiste, specialmente per gli anni in cui fu creata; basti pensare al bacio tra il (bianco) capitano James Tiberius Kirk (William Shatner) e la (nera) responsabile delle comunicazioni Uhura (Nichelle Nichols) che nel 1968 destò scalpore. Già nel 1962, in You in Your Small Corner e nel 1964, nella soap Emergency – Ward 10, trasmesse entrambe della britannica ITV, si era assistito ad un bacio interraziale, ma è innegabile che quello dello show americano, vuoi per la sua notorietà e per il paese in cui fu trasmesso – dove le differenze razziali erano ancora molto sentite – fece molo più scalpore. In quel bacio, che diede un colpo alle coscienze degli spettatori americani e non solo, era contenuto tutto il messaggio della serie che si può riassumere in amore ed uguaglianza.


Uguaglianza, responsabilità, parità, umanità e soprattutto dialogo, questo ha sempre contraddistinto Star Trek e ne è sempre stata la filosofia.
Diplomazia e confronto sono sempre state un punto fermo e lo scontro un’opzione da prendere in considerazione solo quando assolutamente inevitabile. Ma Discovery sembra andare nella direzione opposta, prediligendo l’aspetto bellico e il conflitto – sia fisico che armato – al dialogo, venendo meno al punto cardine che ha sempre contraddistinto la serie (salvo qualche eccezione, specialmente in Star Trek: Enterprise post 11 settembre).
Una delle cose che non ho apprezzato per nulla è l’inspiegabile (almeno per ora, poi ce lo diranno…?) e “banale malvagità” dei Klingon i quali, per circa un centinaio d’anni, non si sono fatti vedere salvo poi ricomparire per dare sfogo alle loro ambizioni imperialistiche. Ambizioni per le quali sono disposti a qualsiasi sacrificio, ricordando molto un’attuale situazione politico-terroristica con la quale, francamente, non hanno proprio nulla a che vedere. Ad accentuare la cosa, per l’occasione i Klingon hanno subito l’ennesimo restyling (il quarto o il quinto…) ed ora hanno un aspetto ancora più minaccioso ed anche “animalesco” – e tendono ad assomigliare più agli orchi visti ne Il Signore degli Anelli, che alla razza a cui siamo abituati, giusto per “rincarare la dose”.

Stona anche la tecnologia, palesemente ben più avanzata tecnicamente di tutta quella vista nelle serie e nei film, che si svolgono in epoche – anche di molto – successive. Svolgendosi dieci anni prima TOS (The Original Series), tutto dovrebbe essere più o meno in liea con quanto visto in quella serie. Chiaramente non sarebbe proponibile oggi quel tipo di estetica (tecnologica e non), ma uno sforzo per renderla “plausibile” sarebbe stato apprezzato. È invece evidente la sola volontà di voler meravigliare lo spettatore con effetti di ogni genere.
La trama per ora è retta dalla violenza, in netto contrasto con quanto la serie ha sempre voluto sottolineare e comunicare: il rispetto delle diversità, la tolleranza verso l’altro e, soprattutto, l’importanza della pace.

Come detto in apertura, queste sono impressioni su quanto si è potuto vedere in queste prime puntate e, anche se danno l’idea di quello che la nuova serie propone, per una recensione davvero efficace e coerente bisognerà attendere la messa in onda di tutti i quindici episodi che compongono un’unica trama. Sperando che i punti al momento poco chiari vengano spiegati per bene, primo fra tutti il motivo per cui i Klingon non si sono fatti più vedere per un centinaio d’anni e il perché della loro ostilità e cattiveria (anche se a quest’ultima domanda ho l’impressione che non riceveremo risposta).
Star Trek: Discovery è una serie che di certo piacerà molto al “nuovo” pubblico televisivo, che probabilmente la troverà anche innovativa, più avvezzo ad una fantascienza alla Star Wars che a quella di Star Trek – con buona pace di quanto questo possa risultare offensivo per una gran parte dei trekker. Chi invece ha qualche anno in più sulle spalle, o semplicemente ha ben presente il “classico” Star Trek, troverà un prodotto ottimamente realizzato ma meno all’avanguardia di quello che fu, quando fece la sua comparsa sugli schermi televisivi americani, quel lontano 8 settembre del 1966.

Star Trek: Discovery, per quanto si è potuto vedere fino ad ora, non è una brutta serie, anzi. Bisogna però tenere a mente che si tratta di un “aggiornamento” dello show, una versione 2.0, che ha fatto suoi gli stilemi del moderno linguaggio televisivo e dove tutto è splendente, dalla fotografia agli effetti speciali. Questo non è un male e ci sono molti aspetti positivi in questo, sia chiaro. Tuttavia l’appassionato di Star Trek non è mai stato interessato alla ricercatezza tecnica e ad adrenaliniche emozioni, ma a concetti ed idee legati a fattori esistenziali e (perché no) filosofici. Il mondo “classico” di Star Trek è un mondo dove gli esseri umani si sono finalmente affrancati dai loro pregiudizi e dalle ostilità e che cerca sempre di porsi verso “l’altro” con atteggiamento positivo e di pace, per la ricerca di una libera e pacifica convivenza tra i popoli che abitano l’universo. Ma per quanto si è potuto vedere fino ad ora, la strada intrapresa è ben diversa.Quello che in Star Trek: Discovery manca realmente, almeno per il momento e per chi scrive, è proprio l’essenza di Star Trek.

Live long and prosper! Vivi a lungo ed in prosperità!


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Anders Ge.

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