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L’occhio del purgatorio. Vedere oltre, senza ritorno.

L

Una premessa.
Nel volume recensito, Urania Collezione #105, pubblicato ad ottobre 2011, troviamo due scritti dell’autore francese Jacques Spitz: il romanzo L’Occhio del Purgatorio (L’Œil du Purgatoire, 1945), di cui vi parlo in questa recensione, ed il romanzo breve Le mosche (La guerre des mouches, 1938). Quest’ultimo, in precedenza pubblicato su “Incubi perfetti” (Urania #1510, maggio 2006) insieme ad un altro caposaldo dell’autore, “L’uomo elastico” (L’homme élastique, 1938), sarà recensito prossimamente.
A chiudere l’edizione trovano spazio anche tre interessanti saggi dedicati allo scrittore francese: Jacques Spitz, un profilo, di Gianfranco De Turris, Viaggio al termine del Purgatorio, di Giuseppe Lippi e Jacques Spitz nella narrativa francese, di Pierre Versins.


Un giovane ed incompreso pittore parigino, Jean Poldonski, incontra per strada un anziano uomo dall’apparenza strana, che lavora all’ Istituto Pasteur di Parigi, Christian Dagerloff. Questi ha scoperto che gli animali non domestici non vivono nel nostro tempo ma leggermente “sfasati” in avanti, ed è riuscito a creare un bacillo (il parabacillo di Dagerloff), il quale permette di vedere nel futuro. Ed è con questo ritrovato che infetta i nervi ottici dello sfortunato Poldonski, causandogli la capacità di vedere più avanti nel tempo, pur restando saldamente nel suo presente. Ma il batterio si evolve ad una velocità esponenziale, rendendo la vita di Poldonski assai difficile. Il giovane artista comincia così ad avere strane visioni che gli mostrano tutto ciò che sta guardando come sarà in futuro. In un primo tempo vedrà un po’ più avanti, ma dopo pochi giorni sarà più avanti di qualche anno ed il cibo gli si presenterà come una disgustosa poltiglia dal sapore, il profumo e la consistenza assolutamente normali. Gli anni diventeranno decenni e gli esseri viventi cadaveri in putrefazione che si muovono, parlano e vivono per la città. Ma la progressione continuerà e vedrà sempre più avanti, di secoli e di millenni. Fino ad arrivare alla fine del mondo stesso.

Noi viaggiamo col tempo, alla velocità di ventiquattr’ore al giorno. È più che sufficiente per andare verso la morte.

Con il romanzo L’Occhio del Purgatorio (L’Œil du Purgatoire, 1945), un classico della letteratura fantascientifica/surreale francese, lo scrittore Jacques Spitz dimostra di possedere una fantasia fuori dal comune.
Il tema del viaggio nel tempo non era certo inedito anche all’epoca, ma in questo caso c’è qualcosa di assolutamente diverso dal modello proposto, ad esempio, da H. G. Wells nel suo famosissimo “La macchina del tempo” (The Time Machine, 1895). Perché a spostarsi, sempre in avanti tra l’altro, non è “tutto” il protagonista, ma solo la sua vista, originando così situazioni paradossali ed inquietanti non indifferenti: immaginate cosa voglia dire vedere, via via che il tempo passa e che la visione si sposta sempre più avanti nel futuro, corpi putrefatti ed oggetti in disfacimento, fino alla dissoluzione totale. E nonostante questo, avere gli altri sensi che invece funzionano perfettamente allineati con il presente del tempo in cui state di fatto vivendo. È un viaggio nel tempo atipico, che ci mostra l’ineluttabilità del futuro che attende tutto e tutti: la disfatta della materia.
Il protagonista vive nel presente, ma lo vede costantemente proiettato nel futuro, sempre in movimento e senza la possibilità di fermarlo. E questo fa si che si tratti anche di un viaggio nel terrore più puro. Quello che ti prende quando vedi – mai termine più azzeccato – quello che sarà e nulla può essere fatto per cambiarlo.

Non vedo il futuro ma il presente invecchiato.

Eppure, anche se la situazione è decisamente drammatica, in certi momenti addirittura macabra, Spitz nel suo racconto non fa mancare occasioni di ironica leggerezza, che mai banalizzano lo svolgimento della trama, rimarcando invece contenuti di un certo spessore. La storia, infatti, racchiude in sé più livelli di lettura.
In primis la critica alla società moderna, così soggiogata e condizionata da quanto viene mostrato incessantemente, da rendere l’essere umano solo un burattino senza identità – e se questo condizionamento era percepito alla metà del secolo scorso, al giorno d’oggi risulta perfino amplificato.
Troviamo poi anche spunti per considerazioni sulla caducità dei beni materiali e dell’uomo (l’umanità), che ha una scadenza ed il cui destino è quello di “passare”, inosservato, nella vastità dell’universo.
La vita è solo uno stato transitorio, un sogno, un inganno che passa velocemente ed irreversibilmente porta verso un’unica direzione. La polvere. La fine.
Nonostante tutto, Spitz riesce comunque a mantenersi sempre brillante nell’esposizione della storia, scritta con ironico sarcasmo pervaso però di pessimistica tristezza, che non dà speranza. Anzi la toglie.

L’incredibile idea alla base della storia, i molteplici livelli di lettura, il surrealismo che lo pervade e l’adeguato stile di scrittura, rendono L’Occhio del Purgatorio un romanzo che merita tutta l’attenzione del pubblico.
Romanzo che si legge molto velocemente per via della sua brevità e snellezza che lo rendono una lettura adatta a chiunque, L’Occhio del Purgatorio sarà iperò molto difficele – se non impossibile – da dimenticare.
Senza dubbio il migliore romanzo di Jacques Spitz, autore francese per troppo tempo dimenticato ed ignorato dai più, ma che merita di diritto un posto tra i grandi della letteratura fantastica e di genere.

Saporitamente Kafkiano.


Figlio di un militare di carriera, nato il primo ottobre del 1896 a Ghazaouet (all’epoca Nemours), nell’Algeria francese, Jacques Spitz è stato uno scrittore di parecchi romanzi di fantascienza.
Prese parte al primo conflitto mondiale, dove perse uno dei suoi fratelli.
Si laureò brillantemente al Politecnico di Parigi, ottenendo una laurea in ingegneria, anche se la sua vera passione era per la letteratura.
Partecipò come capitano di artiglieria alla Seconda guerra mondiale, ottenendo la Legion d’Onore.
Considerato uno dei massimi autori del genere francesi, ed uno dei più influenti nel panorama europeo. Le sue contaminazioni surrealiste lo rendono uno scrittore molto particolare, che si discosta dagli stilemi tipici della fantascienza, dando libero sfogo ad una vena fantastica più che fantascientifica. In più di un’occasione adottò temi catastrofici, modo che l’autore considerava il più adatto per porre in risalto la debolezza dell’essere umano, posto in condizioni particolarmente difficili o estreme.
L’ironia (amara) che si può trovare nei sui scritti viene però bilanciata da un marcato scetticismo e dal pessimismo, derivanti dall’opinione che aveva rispetto la società, a cui non risparmiava le sue critiche.
Autore ingiustamente “dimenticato” e di difficile reperibilità anche oltralpe. Modernista ed anticipaore, al suo stile è spesso paragonato quello di un altro importante scrittore francese, Pierre Boulle (Il ponte sul fiume Kwai, 1952 e Il pianeta delle scimmie, 1963).
Le mosche” (La guerre des mouches, 1938), “L’uomo elastico” (L’homme élastique, 1938) e “L’occhio del Purgatorio” (L’Œil du Purgatoire, 1945) sono considerati i suoi capolavori.
Uomo assai modesto e amante della natura, non si sposò mai.
Morì il 16 gennaio 1963 a Parigi, all’età sessantadue anni.


 

Urania #622 – 08/07/1973)
Urania #987 – 06/01/1985
Classici Urania #184 – 06/1992
Urania Collezione #105 – 10/2011
Meridiano Zero – 2014

 

L’Occhio del Purgatorio
(L’Œil du Purgatoire, 1945)

di Jacques Spitz
Urania Collezione #105
Mondadori
pag. 294
2011

 

 

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Anders Ge.

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