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The Private Eye. Chi vogliamo essere veramente?

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Il Grande Diluvio, il black-out della rete che ha reso disponibile ogni tipo d’informazione conservata in rete. Quaranta giorni e quaranta notti in cui tutto il mondo può vedere ogni cosa passata sulla rete. Cartelle cliniche, e-mail, messaggi inviati e ricevuti, fatture, foto, la cronologia delle ricerche sul web, le cose più imbarazzanti e disdicevoli o anche quanto si pensava di avere cancellato, tutto è portato allo scoperto. Tutti possono vedere e sapere qualsiasi cosa, di chiunque.
Nel 2076, anni dopo quell’evento, la stampa si è trasformata fino a diventare una forza dell’ordine che investiga per risolvere i crimini, ma ha perso la sua indipendenza; internet non c’è più, la televisione (o Tee Vee, com’è chiamata ora) è tornata ad essere un punto centrale nelle case e la privacy è divenuta un bene così prezioso che le persone hanno cominciato ad indossare maschere e costumi quando escono dalle loro abitazioni, così da poter mantenere il più completo anonimato e fare quello che vogliono, riservando la loro reale identità solo all’ambito famigliare o solo prima del compimento della maggiore età.
Tuttavia, c’è chi non condivide questo nuovo corso e si oppone alle identità nascoste. Queste persone vengono chiamate Paparazzi, non celano le loro identità e lavorano come dei veri e propri investigatori privati.
Uno di questi è Patrick Immelman, o P.I., (in inglese P.I. è anche l’acronimo di Private Investigator), che a Los Angeles basa il suo lavoro sulle richieste di ricerca d’informazioni nei confronti di altre persone. Un lavoro non certo facile o privo di rischi, specialmente in una società che ha fatto della privacy il suo bene primario.
E i guai arrivano quando una misteriosa donna, che lo ha assunto per assicurarsi che i sui dati sensibili non siano accessibili a nessuno, viene uccisa, coinvolgendolo in un caso molto più grande di lui.

Brian K. Vaughan è – a ragione – uno degli scrittori di comics più quotato, le cui opere generano sempre grandi aspettative ed attese tra lettori e critica.
Una sua peculiarità è il riuscire a proporre storie estremamente ricche ed intelligenti, con differenti piani di lettura, mantenendo però un impianto narrativo semplice, snello ed efficace, così che possano essere apprezzate da tutti.
Originariamente auto-pubblicato tra il 2013 ed il 2015 come webcomic su Panel Syndacate (mettete questo sito tra i preferiti perché la sua offerta di comics è decisamente ottima) con DRM Free e la formula dell’offerta libera (anche 0 $) per l’acquisto. Vincitore di un Eisner Award come Best Digital/Webcomic ed un Harvey Award per il Best Online Comics Work, The Private Eye conferma, ancora una volta, che la fama dell’autore è ampiamente meritata. Il volume raccoglie i dieci numeri dell’omonima serie pubblicata, in versione cartacea, da Image Comics  e che Bao Publishing propone sul mercato italiano.

Senza creare mai una sovrabbondanza d’informazioni “gettate” tutte insieme e in una sola volta, veniamo introdotti in modo graduale in un mondo dove internet non esiste più e la società è disciplinata da nuove regole.
La sparizione dei social network, il ritorno alla carta stampata, le maschere indossate dalle persone, tutto viene presentato e spiegato all’occorrenza, quando si rende veramente necessario ai fini della storia. Allo stesso modo, anche la trama e la tensione crescono man mano che si procede con la lettura. Ogni personaggio della storia è mosso da personali motivazioni che formano un unico tassello dentro al quale si muove il protagonista della storia, P.I., unico a mantenere un velo di mistero intorno a sé, eroe ai margini di una società che disprezza.
Il ritmo della storia è sostenuto e cresce, progressivamente ed inesorabilmente, senza inciampi o insicurezza, fino al suo finale.Vaughnsa tenere alto e vivo l’interesse del lettore, con una gestione pressoché impeccabile della trama e dei vari cliffhangersdi cui è disseminata.
In definitiva The Private Eye è un noir, un thriller scritto come un “novello” Dashiel Hammet o Raymond Chandler, con una “spruzzatina” di Philip K. Dick che regala un tocco di inquietante fantascienza assai futuribile. Vaughn, che dimostra di conoscere molto bene “la lezione” di questi autori, ne prende la sostanza per rimodellarla e reinterpretarla a modo suo, come solo un grande autore sa (e può) fare, partendo dal protagonista che non è più il classico bianco machosciupafemmine tutto d’un pezzo.

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Parte fondamentale dell’opera è lo splendido comparto artistico. I disegni di Marcos Martin danno letteralmente vita al mondo di The Private Eye, ricreando un mondo dal sapore retrò che ricorda molto gli anni sessanta, ma pieno di stravaganti costumi. I colori di Muntsa Vicente sono vivaci e nulla è immerso nell’oscurità, cosa che si contrappone al tipo di storia, bilanciandone le atmosfere decisamente noire.
Come per molti webcomics, pensati per essere fruiti sugli schermi dei computer o dei tablet, le pagine sono disposte in orizzontale, come se fossero delle strisce, con un dinamismo (quasi) cinematografico, sapientemente utilizzato dai due bravissimi artisti.

Uno dei temi più discussi e controversi di quest’epoca, la gestione della privacy ed il potere dei social network, è alla base di The Private Eye, ma la storia messa in scena da Brian K. Vaughan e splendidamente illustrata da Marcos Martin e Muntsa Vicente, non è – e non vuole essere (come anche ribadito dall’autore) – necessariamente una critica ai social network o a chi ne fruisce e su cui non troveremo giudizi sommari o critiche feroci. È invece uno spunto per una riflessione più ampia, che prende il via dalle maschere utilizzate per proteggere la propria identità e la propria privacy: qual è l’immagine che vogliamo mostrare di noi agli altri? Una domanda forse tanto semplice quanto di difficile risposta. Una domanda profonda che sarebbe bene, quanto meno, cominciare a porsi.
Vaughn delinea ottimamente una serie di personaggi che si muovono in un non troppo lontano futuro distopico, visionario ma lucidamente credibile, portandoci gradualmente, senza aggredirci, nell’inquietudine generata da uno “stato delle cose” così plausibile da sembrare terribilmente reale.

Sensatamente paranoico.

 


The Private Eye
(The Private Eye)

storia: Brian K. Vaughan
disegni: Marcos Martin
colori: Muntsa Vicente
Bao Publishing
colore
pag. 304
2017


 

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Anders Ge.

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