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Gatti. Breve (ed imperfetta) storia della diffusione nel mondo dei dominatori dell’umanità.

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Tra tutte le varietà di felini esistenti è possibile trovare rapporti di parentela genetici condivisi tra loro. Che siano i grandi felini appartenenti al genere dei Panthera [1] (tigreleoneleopardogiaguaroghepardopumalince, ecc.), di dimensioni ragguardevoli e con un peso che può raggiungere anche i 300 Kg per 2,5 metri di lunghezza, più di 3,5 con la coda (Tigre Siberiana), o i piccoli felini della famiglia dei Felinae (LinceCaracalGatti selvaticiPumaGhepardo, ecc.), di taglia media e piccola, o comunque più contenuta, le somiglianze tra loro sono davvero tante. Tra questi non fa eccezione il felino più noto, il gatto domestico, che ha con il gatto selvatico, il suo parente più stretto, così tanti punti in comune da far domandare se si tratti effettivamente di specie diverse, o se siano solo delle varietà di una unica, il Felis silvestris.

Non c’è un’unanime opinione su quando e dove i gatti siano entrati a far parte della vita dell’uomo per la prima volta. Secondo alcune teorie elaborate dagli zoologi, si pensa addirittura che i felini abbiano deciso di addomesticarsi da soli.
Una teoria molto accreditata fino a poco tempo fa, vedeva gli egizi come primo popolo ad avere addomesticato i gatti, più di 4.000 anni fa. Dal momento che il gatto domestico dei giorni nostri condivide tratti del DNA con il gatto selvatico africano, la cosa risultava molto plausibile. Almeno fino a quando, nel 2004, a Cipro non fu scoperta una tomba vecchia di circa 10.000 anni, risalente al Neolitico. All’interno furono rinvenuti i resti di un gatto sepolto con il suo padrone, cosa che fece pensare che uomini e gatti convivessero già prima di quanto precedentemente ipotizzato. D‘altro canto, lo sviluppo agricolo avvenuto più di 12.000 anni fa nell’area conosciuta come la culla della civiltà (la regione compresa tra Egitto, Siria, Iraq, Libano, Israele, Palestina, Giordania e la parte sud-orientale della Turchia, che per la sua forma a mezza luna è nota anche come Mezzaluna fertile), hanno portato ad ipotizzare che i gatti siano comparsi nella regione con il moltiplicarsi della vita animale intorno alle piantagioni (topi e parassiti vari) di cui si cibavano. Del resto, la vita animale tende a fiorire e prosperare nelle zone in cui è più facile trovare il cibo ed i gatti selvatici non fanno eccezione. I felini adattarono la loro indole, rendendola più docile e “amica”, per entrare nelle grazie dell’uomo, che li usava per dare la caccia a roditori e serpenti che infestavano i granai.
In un lasso di tempo relativamente breve, il gatto addomesticato si è diffuso nel resto del mondo.

Si pensa che i gatti domestici siano giunti in Europa con i mercanti fenici e greci, circa 3.000 anni fa. Molto amati dai romani, che li utilizzavano per la disinfestazione di case e magazzini, si ritiene probabile che, per questo motivo, siano stati portati al seguito delle legioni romane durante le campagne militari in Gallia e Britannia (le antiche Francia e Gran Bretagna). Dopo che i romani abbandonarono l’isola britannica (intorno al 410 d.C.), si presume che i gatti giunsero in Norvegiaportati dai vichinghi, che li presero con loro di ritorno dalle invasioni dell’isola, tra l’ottavo ed il nonosecolo.
Tra il XVII ed il XVIII secolo, i gatti domestici vennero introdotti nel Nuovo Mondo, portati dagli esploratori (prima) e dai mercanti (poi) provenienti dall’Europa.Da allora, il gatto è diventato sempre più amato, tanto da divenire l’animale domestico più popolare e diffuso: con circa cento razze differenti (e molteplici varianti), si stima che a fare compagnia all’uomo ce ne siano circa 650 milionicirca 100 milioni in più dei cani (si parla di “pets”, che vivono con i propri padroni, escludendo quindi colonie feline e cani randagi).

Nell’antico Egitto, dove sono stati scoperti i primi segni dell’addomesticamento da parte dell’uomo, i gatti godevano di grande popolarità, rispetto e venerazione. Venivano chiamati Myou, che significa “vedere”. Gli egiziani ritenevano infatti che il gatto avesse la possibilità di guardare al di là della morte e che, con il suo sguardo, ricercasse la verità. La dea Bastet, una delle più importanti divinità egizie – in origine conosciuta come Bast, dea della guerra del basso Egitto, rappresentata come donna leonina e successivamente divenuta protettrice delle donne, della casa, delle nascite, della fertilità e (ovviamente) dei gatti –  era rappresentata come una donna con la testa di gatto, o anche come un felino. Il gatto era presente nelle abitazioni di moltissimi egiziani, che lo avevano eletto a protettore della casa e la sua importanza all’interno dell’abitazione era tale che, quando moriva, veniva mummificato e l’intera famiglia in segno di lutto usava radersi le sopracciglia.

Ma la vita dei gatti non è stata sempre rose e fiori, come si suole dire. Nel Medioevo, infatti, erano ritenuti l’incarnazione terrena del diavolo e durante la caccia alle streghe venne riservato loro lo stesso crudele (e assurdo) destino delle persone (per lo più donne) accusate di stregoneria: bruciato e sterminato. Ma a rischio era anche chi fosse stato trovato in possesso di un gatto nero, il quale poteva subire la stessa atroce sorte del felino. Nel quattordicesimo secolo, invece, il gatto fu ritenuto colpevole di avere causato l’epidemia di peste nera, originatasi in Asia centrale e successivamente diffusa dalle pulci dei ratti in tutta Europa attraverso la via della seta (anche se un recente studio pubblicato dalla rivista Proceedings of the National Academy of Science, sposta la responsabilità dai roditori ai parassiti umani, probabilmente i pidocchi). Con il suo picco tra il 1347 al 1351, la peste nera è considerata una delle peggiori epidemie della storia dell’umanità – se non proprio la peggiore – e si stima causò la morte di un numero tra gli 80 e i 100 milioni di persone, nel periodo di massima diffusione, ed altri 50 milioni di morti circa negli anni successivi – si stima che, nella sola Europa, perse la vita più di un terzo della popolazione dell’epoca.

Dal Rinascimento in poi, il gatto è tornato ad essere un animale domestico molto amato, oltre che oggetto di studi naturalistici. La prima classificazione delle razze di gatti domestici, si deve a Carl von Linné (1707-1778), medico, zoologo e botanico svedese, considerato il padre della tassonomia moderna (la L. posta spesso dopo la nomenclatura binomia nei cataloghi di specie, sta ad indicare proprio il cognome dello studioso di Råshult).

Anche se addomesticato, per la sua innata indipendenza e la quasi impossibilità di essere addestrato, il gatto continua ad essere un animale affascinante ed intrigante, al punto da renderlo oggetto di venerazione, ma con un’aurea mai completamente decifrata di mistero.
Al giorno d’oggi, nonostante il persistere di alcune superstizioni nei suoi confronti (come la presunta sfortuna portata da un gatto nero che attraversa la strada), il gatto, amato per la sua calma, indipendenza e tenerezza, è presente nelle abitazioni di milioni di persone e numerosi studi provano che la convivenza con i felini abbia effetti largamente positivi per il benessere psicofisico, favorendo la circolazione di buone vibrazioni.
Ma, come chiunque viva con un gatto sa bene, non siamo noi a scegliere lui, ma lui a scegliere noi. E questo è indiscutibile.

Miao!

[1]Una curiosità: nonostante il nome, Panthera, l’animale omonimo è in realtà un puma, un giaguaro o un leopardo “affetto” da un eccesso di pigmentazione nera, conosciuto come melanismo.



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